Indice
- Percorsi di coesione sociale utili al Paese di Franco Garelli (docente presso l'Università degli Studi di Torino)
- L'antimafia sociale di Tonio Dell'Olio (responsabile del settore internazionale dell'associazione "Libera")
- Per un servizio di maggiore efficienza e qualità di Massimo Malvestio (avvocato)
- L'opportunità della crisi si chiama nuovo Patto Sociale di Franca Porto (segretario generale Cisl Veneto)
- Gli enti locali come risorsa di Flavio Zanonato (sindaco di Padova)
- Credits
Editoriale
di Auro Palomba
Siamo tutti generosi con le tasche degli altri. Lo spettacolo che il Paese sta offrendo al mondo, di fronte ai necessari tagli richiesti dal governo Monti, dimostra che c’è ancora molto da fare in termini di senso civico e di condivisione. C’è consenso sul fatto che bisogna rimettersi in riga per provare a riportare l’Italia in carreggiata, ma nessuno sembra essere disposto a fare sacrifici per aiutare a risolvere il problema. Sta di nuovo emergendo una tendenza, il “benaltrismo”, ovvero la convinzione che siano sempre “ben altri” i punti che andrebbero toccati. In questo non ci batte nessuno.
Eppure, è così chiaro che questo sia un Paese pieno di costi inutili e di lacci e lacciuoli che andrebbero solo slegati. In questa newsletter abbiamo provato a chiedere a esponenti dei vari consessi sociali che cosa sarebbe per loro auspicabile fare per provare a rendere l’Italia un luogo normale, che possa competere con i propri parigrado. Un Paese con meno corporazioni, ordini, costi inutili e stipendi regalati, con meno bolli, tasse occulte, rigidità, evasione fiscale. Un Paese che invogli gli stranieri e venire qui a investire, senza avere a che fare con leggi incomprensibili, contratti insensati e tempi che rendono impossibile produrre.
Con un po’ di sorpresa, che ci rende felici, abbiamo scoperto che la questione è chiara a molti, così come la voglia di cambiare, ognuno per la propria parte.
Quando il problema è chiaro, e fra i protagonisti - almeno fra alcuni di loro - c’è il desiderio di migliorare, allora non si può che provare a farlo.
Non sarà una passeggiata di salute, ne siamo certi, ma oggi è il momento giusto. Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i conti, ce lo chiedono i mercati ma, soprattutto, ce lo chiedono i nostri figli.
Vogliamo davvero continuare a distruggere quello che hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni sessanta anni fa, o vogliamo invece provare a non farci odiare da chi verrà dopo di noi? La scelta ci sembra semplice e obbligata.