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N. 5 / 2011
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N. 5 / 2007 - Il declino dell'Italia
N. 5 / 2007 - Il declino dell'Italia
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Indice
Un'Italia in crisi di identità
di Ezio Mauro (direttore del quotidiano La Repubblica)
Il declino del declino
di Ilvo Diamanti (pro-Rettore dell'Università degli studi di Urbino ed editorialista del quotidiano la Repubblica)
L'Italia di oggi trascinata dai "grandi esportatori"
di Giorgio Barba Navaretti (docente di economia internazionale presso l'Università degli studi di Milano)
Un mancato declino: viva la rivoluzione (demografica)
di Francesco Billari (docente di demografia presso l'Università Bocconi di Milano e Gianpiero Dalla Zuanna docente di demografia presso l'Università degli studi di Padova)
Dubbi importanti sulle capacità di recupero dell'Italia
di Tobias Piller (corrispondente dall'Italia di Frankfurter Allgemeine Zeitung)
I distretti industriali del terzo millennio: dalle economie di agglomerazione alle strategie d'impresa
di Fabrizio Guelpa (responsabile ufficio Industry & Credit Research Intesa Sanpaolo
Qui diamo i numeri!
Credits
Editoriale
di Auro Palomba
Il declino non si misura; si sente, si avvisa. E’ quando si perde fiducia nelle possibilità di recupero, è quando si percepisce che la maggior parte delle cose va per conto proprio e niente o nessuno si impegna per ricondurle nell’alveo. Non è quindi solo una questione economica o demografica, è un problema di avere la forza di aprire gli occhi e di ammettere che il re è nudo.
Questa tuttavia non è una caratteristica degli italiani. Almeno, non lo è fino a quando non hanno già un piede nel crepaccio, e allora dimostrano inaspettate capacità di mettere a segno il famoso “colpo di reni” che li contraddistingue. Che però, ovviamente, dura giusto lo spazio di un colpo di reni. Finita l’emergenza tutto torna come prima.
A fare l’elenco delle cose che non funzionano non si sa da che parte iniziare. Basterebbe girare la testa a 360 gradi e elencare tutto quello che si vede. Ed è proprio questo il problema principale: lo sforzo per mettere le cose a posto implicherebbe, per ognuno di noi, la perdita di quelle piccole rendite di posizione che si sono accumulate negli anni come vari strati di calcare e che nessuno di noi ha voglia di vedersi grattare via. Questo processo necessiterebbe infatti di un rigore e di un’etica che qui non sono di casa, in un Paese che da sempre ammicca ai furbi e naturalmente simpatizza per chi urla di più invece che per chi ha ragione.
Però da qualche parte bisogna cominciare. E allora, se proprio si deve scegliere un sintomo della malattia, il primo da curare, riguarda il diritto. O meglio, l’assenza della certezza del diritto.
In un Paese dove non c’è possibilità di far valere i propri diritti perché una causa dura decenni, perché nello stesso tribunale si possono avere responsi opposti sul medesimo argomento, tutto il resto diventa difficile.
Forse, dovendo proprio cominciare, è da lì che si potrebbe dipanare la matassa. Una volta avuta una ragionevole certezza che i propri e gli altrui diritti sono rispettati, tutto il resto viene di conseguenza. Ognuno di noi smetterebbe di compiere i propri piccoli o grandi abusi quotidiani, e contemporaneamente potremmo evitare quelli altrui sapendo di essere protetti.
Abbiamo quindi diritto ai diritti.
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