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N. 7 Agosto-Settembre 2000

Indice

  • La questione immigrazione.
  • I dati sulla popolazione.
  • Famiglia e politiche sociali.
  • Nord Est: la politica dei fatti.
  • Infrastrutture: sì, purchè passino da qualche altra parte.
  • I numeri del Nord Est.


Editoriale

L’immigrazione preoccupa i cittadini. Lo dicono i sondaggi d’opinione: nel Nord Est oltre quattro persone su dieci vedono in essa una fonte di pericolo. E quindi di angoscia. Un atteggiamento non molto diverso dal resto del paese. Ma percepito in modo più intenso. Non ci si deve sorprendere troppo di ciò. Anzitutto, perché è un fenomeno nuovo, per un’area abituata al movimento inverso. Ad essere terra di emigranti. Ci vuole del tempo per adattarsi agli “altri”. Ad accettarne la cultura. La presenza. E ancor di più a “integrarli”. Poi perché questo processo ha assunto rilievo e velocità solo negli ultimi anni. Per cui l’impatto produce effetti più violenti. Anche quando – ed è il caso del Nord Est, oltre che dell’Italia – le percentuali degli immigrati sulla popolazione non raggiungono e neppure avvicinano quelle degli altri paesi europei. Francia e Germania in testa. Poi, ancora, perchè una parte dei flussi migratori, quelli dell’ultima fase, in particolare, arrivano da zone di guerra. I Balcani. E “importano” le tensioni tipiche di zone dove l’illegalità è spesso regola. Infine, perché la caduta dei muri che “trattenevano” le persone nei loro paesi ha allargato le libertà; ma anche i rischi; e le paure, di popolazioni che si sentono sempre più esposte ai mutamenti. Senza dimenticare che la politica ha subito il fenomeno quanto la popolazione. Accentuandone il senso di incertezza. Ecco perché una zona dove il lavoro non manca, ma semmai c’è carenza di mano d’opera; dove il benessere è diffuso; dove la criminalità comune è cresciuta, ma in misura molto più limitata del benessere che la attraversa, ha paura. Più di altri paesi, dove il fenomeno è più esteso; ma anche l’abitudine a convivere con esso. A controllarlo. Eppure è necessario affrontarlo; prenderne atto. Senza subirlo. Lo richiede il nostro sviluppo. Ma non solo. Perché, in fondo, se lo sviluppo economico limita e minaccia quello sociale, non è più sviluppo. E’, semmai, un’esigenza di “sviluppo delle istituzioni”. Del sistema. Il Nord Est deve crescere. Per misurarsi con le sfide e le minacce del cambiamento. Ma una potenza economica, un presidio del lavoro e dell’innovazione tecnica, com’è diventato, non può rassegnarsi alla logica del fortilizio assediato. Non può affrontare questi problemi chiudendosi. Rincorrendo il mito dell’etnia. Che spinge a inseguire obiettivi, come il rientro degli emigranti e dei loro figli, che, per quanto sia cosa buona e augurabile, resta e resterà inadeguato, rispetto alle esigenze di questa fase. Soprattutto, però, il Nord Est deve affrontare il fenomeno dell’immigrazione costruendo istituzioni forti; imponendo le ragioni e le risorse del suo sistema sociale, del suo associazionismo, della sua tradizione; la sua capacità di “integrare” e di controllare le novità. Facendone fattori di successi. Miscelando vecchio e nuovo. Come è sempre avvenuto. Una realtà diventata cosi grande e aperta, non può pensare in piccolo; non può ridursi a una trincea.

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