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N. 1 Ottobre 1999

Indice

  • Nord Est e politica
  • Speciale Balcani: tante domande, poche risposte
  • Il contesto geopolitico e geostrategico
  • Le strategie di ricostruzione
  • Una task force per i Balcani
  • In attesa della ripresa
  • Qui diamo i numeri!

Editoriale

Che fine ha fatto il federalismo?

Più che un laboratorio delle riforme, il Nord Est in questa fase appare una specie di crogiolo. Dove crescono e coesistono ipotesi e idee diverse. Non sempre e non necessariamente coerenti. Pensiamo alla “forma dello Stato”. Il tema rispetto al quale la domanda espressa in quest’area è risultata più forte ed esplicita. Ebbene, negli ultimi tempi la spinta federalista sembra essersi affievolita un poco. Anche se resta diffusa. Il problema, invece, è un altro: che si è dispersa in molti, diversi rivoli. Per cui non riesce più a farsi sentire. A fare opinione. O, almeno, a provocare timore. Il federalismo. C’è chi pensa di realizzarlo attraverso l’allargamento ad altre regioni (il Veneto) dello statuto speciale oggi riconosciuto al Trentino Alto Adige e al Friuli Venezia Giulia. Mentre altri soggetti politici e istituzionali hanno promosso referendum e progetti che mirano a garantire lo statuto speciale alle stesse province. Costruendo un “federalismo delle province”, auspicato anche oltre le situazioni territoriali dove, di fatto, queste entità territoriali godono già di un elevato grado di poteri e di autonomie. D’altra parte, le leggi e le vicende politiche degli anni ’90 hanno valorizzato il ruolo e il protagonismo dei sindaci e delle città. Soprattutto, ma non solo, di quelle maggiori. Ci troviamo, così, di fronte a un mosaico difficile da comporre, perché i pezzi che lo compongono non ci stanno proprio a saldarsi insieme. Anche perché manca la colla in grado di farli aderire stabilmente. La colla politica, anzitutto. Le forze autonomiste, infatti, in questi ultimi mesi hanno registrato un concomitante processo di indebolimento e frammentazione. La Lega ha perso voti e pezzi. Ma le nuove formazioni regionaliste non ne hanno recuperato i consensi. Alle elezioni in cui si sono presentate, europee o amministrative, hanno espresso una presenza sin troppo ridotta. Talora residuale. La spinta sociale che negli ultimi vent’anni era stata esercitata sul centro dello Stato da queste regioni non si è spenta. Ma si è rivolta in altre direzioni. In parte si è indirizzata verso la zona grigia dell’astensione, che in queste regioni è cresciuta più che altrove. In parte ha accostato nuove sponde. Come i Democratici e ancor più la Lista Bonino. In grado di riflettere la domanda di cambiamento - e il risentimento – nei confronti della politica e delle istituzioni. In parte ancora si è tradotta in pragmatico distacco. Compensato, in qualche misura, da una crescente domanda di Europa. Trattata come un’alternativa allo Stato. Il rischio che si coglie, dietro a questo spettro di posizioni, è evidente. Che la pressione all’innovazione, che la spinta riformista espressa da quest’area, dai soggetti sociali ed economici che la caratterizzano, svapori. Si disperda. Che, in questo modo, la società e l’economia del Nord Est si vedano private delle riforme di cui hanno bisogno per consolidare lo sviluppo. O almeno per mantenerne il livello raggiunto. E che il processo riformista, privato, a sua volta, del contributo espresso nel passato recente dal Nord Est (magari in modo disordinato) prosegua il suo corso in modo ancora più incerto e contraddittorio.

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