Indice
- Devolution ma non solo di Lucio Pegoraro (docente di Diritto pubblico comparato presso l'Università di Bologna)
- Il federalismo fiscale: niente (o quasi) di nuovo sotto il sole di Andrea Giovanardi (docente di Diritto tributario presso l'Università di Trento)
- Imprenditori disillusi. Cercasi devolution "vera" di Federico Ferraro (ricercatore Fondazione Nord Est)
- Una devolution "azzoppata". Poche luci e molte ombre di Riccardo Illy (Presidente Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia)
- Basta con i privilegi senza fondamento. Per un federalismo autentico di Giancarlo Galan (Presidente della Regione del Veneto)
- Il federalismo fiscale: una necessità per l'Italia del futuro di Roberto Formigoni (Presidente della Regione Lombardia)
- Piccola grammatica di supporto: federalismo e regionalismo di Federico Ferraro (ricercatore Fondazione Nord Est)
- Qui diamo i numeri!
- Credits
Editoriale
di Giampaolo Pedron
Nei territori di confine a nord ed a est del Veneto, vi è fibrillazione. Qua e là si invocano esodi amministrativi, ma la Marianne (la Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix), pur col seno ancora in bella vista, sembra ammainare la bandiera, più che sventolarla.
La bandiera in questo caso è quella del federalismo e della devolution. C’è peraltro una legge votata dal Parlamento che attende, tra qualche mese, il referendum confermativo.
Nell’immediato dopoguerra, nonostante i lungimiranti padri costituenti avessero previsto uno Stato composto di regioni, l’urgenza di pacificare il Paese e di superare l’arretratezza economica, aveva convinto le due grandi forze popolari a rafforzare il livello centrale del governo e a rinviare a tempi successivi l’assetto regionale.
La crisi del sistema politico e della rappresentanza popolare e sociale degli anni ’90 ha riaperto il capitolo della regionalizzazione, che nel frattempo si era avviata, ma con le incertezze e le ambiguità che tutti conosciamo.
Anzi l’insufficiente o inefficiente regionalismo, accompagnato dall’elevato livello di tassazione sui redditi e dal basso livello di servizi, oltre l’elevato stato di corruzione percepito, hanno – soprattutto nelle regioni più sviluppate del nord - alimentato una forte voglia di autonomia da Roma, colorata spesso di ribellismo sociale ed economico e di secessionismo statuale.
Per rispondere a questa forte spinta sociale, accompagnata dalla consapevolezza della centralità di alcune aree del Paese rispetto ad altre e dalla obiettiva convinzione che le risorse finanziarie non fossero distribuite equamente, il Parlamento decise di intervenire. Ma diviso ormai in “guelfi e ghibellini”, percorso da forti spinte frenanti all’interno delle due grandi coalizioni, il Parlamento ha operato parziali, pasticciate riforme dell’ordinamento dello Stato, che rischiano e rischieranno di generare la paralisi dell’attività centrale e locale di governo.
La via del decentramento amministrativo (forse l’unico concreto tentativo di rendere più efficiente la pubblica amministrazione, alleggerendone i costi e l’inefficienza diffusa) è rimasta a metà ed il “povero” ministro Bassanini, non è riuscito a spostare un solo ministeriale, a chiudere un solo ministero e la parziale ridefinizione (sia a livello centrale, che regionale) delle competenze anziché diminuire costi ed uffici, li ha visti moltiplicare.
Da qui il timore espresso da molti cittadini, oltre che da molti operatori economici, che, cessati i fragori ed i gridi di battaglia, ci si trovi con uno stato centrale e tanti “stati locali”, certamente più costosi e non sempre più efficienti e capaci.
C’è pertanto l’auspicio, che ripiegate con cura le bandiere, ci sia la capacità di sedersi attorno ad un tavolo e discutere di riforma federale dello stato, ma solo quella che diminuisce la spesa pubblica e che serve a migliorare la qualità dello sviluppo, la capacità di decidere e la qualità della vita dei cittadini.
| NL_1_2006.pdf | 153 K |


