Indice
- Le linee guida per i fondi strutturali comunitari 2007-2013. La posizione dell'Italia
- Tre priorità per le politiche regionali per l'innovazione
- Banche e imprese: un difficile equilibrio
- Qui diamo i numeri!
Editoriale
“Voglia di sistema”. Questa sembra essere la parola d’ordine che le imprese, le organizzazioni economiche, le rappresentanze degli interessi, le stesse dichiarazioni della politica “inalberano” di fronte alle sfide strutturali della globalizzazione e a quelle incombenti (e si spera solo congiunturali) dell’attuale rallentamento dell’economia.
Tutti sembrano concordare che il mutato scenario internazionale, la rapidità degli scambi, che si ccompagna alla altrettanto rapida diffusione degli ostacoli, richiedano risposte non più solo individuali e spontanee, ma organizzate e strutturate.
Tutti sembrano condividere l’idea che la fase “prorompente” dello sviluppo del Nord Est sia conclusa e che la crescita esiga oggi un indirizzo politico e “sistemico” maggiore.
Tutti infatti concordano che i processi di internazionalizzazione delle imprese (anche di piccole dimensioni) ed il fenomeno delle delocalizzazioni allarghino i confini e lo stesso concetto di Nord Est.
Tutti concordi, ma pochi sono i segni reali del “fare sistema”.
Gli operatori economici lamentano di essere lasciati soli, di non avere un “sistema locale” che li sorregga, quando la competizione esce dai luoghi di produzione di beni e di servizi.
Le Rappresentanze degli interessi coniano – e non da ora – importanti slogan, quali “uniti per competere”, i loro messaggi toccano i cuori e le menti dei rappresentati, ma modificano solo parzialmente (e finora insufficientemente) i comportamenti.
Una cultura imprenditoriale fondata sul rischio, ma anche sull’individualità, fa molta fatica a “metabolizzare” idee differenti da quelle che sono state fino ad oggi vincenti.
Tuttavia quello che più evidenzia la carenza di cultura di sistema è la politica, sia nella versione istituzionale, che nella versione dei programmi elettorali delle formazioni politiche maggioritarie.
Ma la colpa non è solo della politica - certamente troppo presa dalla gestione quotidiana del consenso, più che dal disegnare il futuro -, è evidente infatti che anche gli altri “poteri” (quello finanziario, quello imprenditoriale, quello delle professioni, quello delle autonomie locali, ecc…) non vogliono assegnare alla politica tale compito.
Il laissez faire è una convinzione che una forte e diffusa cultura individuale ancora possiede e pratica.
La ragione profonda della resistenza delle volontà economiche e sociali potrebbe risiedere proprio nella consapevolezza che “fare sistema” comporta sì dei vantaggi per il “sistema”, ma anche delle rinunce o delle modifiche per i singoli.
E l’individuo pensa di avere ancora intelligenza, forza e furbizia per competere da solo.
Ma, per fortuna, le cose non vanno dappertutto così.
La finanza (le banche soprattutto) infatti si è in gran parte riorganizzata, le stesse industrie danno vita ad aggregazioni nuove, in Romania – senza disegno aprioristico – si stanno delineando sistemi locali, simili ai nostri distretti. Qualcosa si muove quindi.
Bisognerebbe cogliere ed analizzare meglio questi segnali, bisognerebbe valorizzarli.
Rappresentano un’indicazione di direzione.
Bisogna raccogliere la sfida.
| NL_2_2003.pdf | 86 K |


