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N. 2 Novembre-Dicembre 1999

Indice

  • Globale vs locale: quale approccio per i Balcani?
  • Balcani e Italia: una lunga storia
  • Paradossi dell'economia globale
  • Il lavoro a Nord Est
  • La rivoluzione nel credito
  • In pensione a 69 anni?
  • Qui diamo i numeri!

Editoriale

Dateci una bussola, per favore

Le riforme territoriali in Italia procedono. Ma zigzagando. Con esiti incerti. Il Parlamento ha avviato l’approvazione dell’elezione diretta del Presidente. Il quale, oltre ad avere il potere di nomina della Giunta, vincolerà al suo nome l’intero Consiglio. Nel senso che un’eventuale conflitto con la maggioranza di cui è espressione si tradurrebbe, se non risolto, nello scioglimento del Consiglio e in nuove elezioni. Lo stesso dispositivo, peraltro, è in vigore dal 1993 sia nei Comuni che nelle Province. L’Italia si sta, quindi, trasformando in una terra di Governatori di diverso rilievo. A seconda della taglia e del livello degli enti locali. Piccolissima, piccola, media. Altro è governare una regione o una provincia oppure un comune. Altro, inoltre, è governare Gambugliano oppure Venezia. Il Molise oppure il Veneto. O la Lombardia. Tanti governatori. I cui poteri, al di là del diverso grado di legittimità, loro concesso dall’elezione diretta, non sono cambiati moltissimo. E soprattutto non sono stati regolati né definiti reciprocamente. Non c’è una legge quadro, una riforma generale in vigore, che chiarisca i confini tra questi livelli. Di certo, comunque, il Governatore della Regione non sarà il referente primo del Sindaco. O della Provincia. Il progetto di riforma federale dello Stato, di cui è cominciato l’esame subito dopo l’approvazione della legge elettorale, non offre al proposito una sistemazione precisa. Anzi, al di là delle parole, propone un modello neo-regionalista, più che federalista. Visti i limiti dell’autonomia fiscale che caratterizzano le regioni. Eppure, anche così, la legge stenta a continuare la sua marcia, in Parlamento. Tanti Governatori eletti direttamente che difficilmente disporranno di risorse e di poteri adeguati a rispondere alle aspettative generate, nella gente, da questo tipo di suffragio. Facile, anzi, che si possano trovare in conflitto reciproco. Per scambiarsi le colpe delle inadempienze. Per cercare di accrescere, a spese degli altri livelli, il loro potere, il loro riconoscimento. Nessuno pensa di rivedere la taglia delle unità territoriali. Di aggregare comuni e regioni. Per equilibrarne il peso. Rendendolo più adeguato ai fini dell’autonomia sostanziale. A produrre risorse e servizi. Anzi, negli ultimi anni si è andato in direzione opposta. Visto che regioni e province sono aumentate di numero. Ma fermiamoci qui. Solo per osservare che è difficile, in questo percorso, vedere un chiaro progresso del federalismo, della responsabilità delle cariche e delle entità territoriale. In primo luogo e soprattutto perché è molto, troppo difficile capire, in questo girovagare contorto, non si dice la direzione verso cui si va, ma il punto, la posizione dove stiamo attualmente. Dateci una bussola, per favore.

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