Indice
- Il comportamento di voto alle Elezioni Regionali nel Veneto
- Premessa
- Come hanno votato gli elettori
- I flussi rispetto alle elezioni europee
- Il profilo degli elettorati
- I fattori che hanno influenzato la scelta di voto
- I tempi della decisione
- Gli astenuti
- L'efficacia della campagna elettorale
- Conclusioni
Editoriale
Un mese elettorale importante, per il Nord Est. E per il Veneto. Che, dopo le elezioni regionali vede confermato il presidente uscente, con una grande maggioranza di elettori. E con il sostegno di uno schieramento che, dopo anni di reciproci avvicinamenti e tensioni, riassume il Polo e la Lega. Il centrosinistra, nonostante il contributo della candidatura di Cacciari non ha raggiunto il 40%. Tuttavia, il quadro politico appare semplificato. Bipolare. Con alcune figure precise di riferimento per i cittadini. Che, in futuro, ne agevoleranno il compito, quando si tratterà di scegliere. Si è votato anche in molti comuni del Trentino-Alto Adige. Dove si è registrata una sostanziale conferma degli equilibri precedenti. Con una, conseguente, tenuta del centrosinistra. Che, però, rispetto a quanto avviene altrove, è caratterizzato da un ruolo prevalente del centro, invece che della sinistra. Il Nord Est che ne esce appare, così, eterogeneo. Ma, comunque, moderato. Con un consistente peso delle componenti autonomiste. Che però, rispetto agli anni precedenti, hanno perso aggressività. Come se la società del Nord Est ne avesse abbastanza dell’autonomia gridata a squarciagola. Dell’indipendenza affidata alle marce e alle minacce. Senza pratiche e concrete implicazioni. Sul governo locale. Sulla vita delle persone, sulla condizione dei produttori. Moderati e moderatamente autonomisti. Per delusione e scetticismo. Come ha confermato l‘altra importante scadenza elettorale dell’ultimo mese. Il referendum. Che ha segnato il progressivo scivolamento del Nord Est sui livelli di partecipazione elettorale nazionali. Bassi. E conseguentemente su livelli di astensione altissimi. Il che può sorprendere. Perché i referendum sollevavano questioni importanti per il mercato del lavoro e per l’organizzazione della società di quest’area. I referendum elettorali, in particolare, avevano registrato i tassi di partecipazione più elevati proprio nel Nord Est sin dal 1991, quando il quesito sulla riduzione delle preferenze aveva superato abbondantemente il quorum, aprendo formalmente la sfortunata transizione politica degli anni 90. Questa volta, invece, è naufragato. Senza appello. Non perché da maggioritario l’atteggiamento della società sia divenuto “proporzionale”. Non perché ci sia una voglia irresistibile di tornare indietro. Ma, ripetiamo, per delusione. Per stanchezza di slogan. Come è avvenuto per il federalismo. Si potrà discutere su questo sentimento. Tacciarlo di qualunquismo. Di antipolitica. Però i cittadini, la società civile possono e debbono partecipare. Lanciare segnali di continuo. Esprimersi attraverso le loro associazioni, i loro circoli. Alla fine il compito di deliberare e di governare spetta alle istituzioni. Ai governi locali e centrali. Ai gruppi dirigenti. Queste elezioni hanno detto che nel Nord Est (come nel resto del paese) la rivoluzione è finita. Che ogni mobilitazione ha un limite. Che ogni lunga rivendicazione deve trovare sbocco. I nuovi governi, quelli regionali, anzitutto, hanno oggi legittimazione, risorse e indicazioni per agire di conseguenza. Verranno giudicati per come reagiranno. Ma soprattutto per come agiranno. Per come risponderanno. Fra cinque anni. Come in ogni seria democrazia.
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