Indice
- L'Osservatorio Infrastrutture della Fondazione Nord Est
- Un "altro" Nord Est. Un Nord Est "oltre"
- Un Master per l'Europa del futuro
- I segreti di un'efficiente gestione del personale
- I veneti: identità, socialità e mercato
- I fabbisogni professionali del Nord Est per il 2003
- Qui diamo i numeri!
Editoriale
L'Europa pensa in grande, cominciando dal vocabolario: “grandi opere” è diventata la formula magica per il futuro prossimo venturo della “casa comune” che nella primavera prossima aprirà le porte a dieci nuovi inquilini. Lo è sotto due profili principali: uno tattico, l’altro strategico.
Quello tattico si aggancia alle esigenze pressoché vitali di rilanciare un’economia che continua a battere la fiacca, che non vuole saperne di impennarsi in una decisiva ripresa, che stenta a coniugare le esigenze del Pil con quelle del patto di stabilità. Aprire grandi cantieri in giro per il continente potrebbe servire a rimettere in moto un po’ tutto: investimenti, occupazione, domanda.
Poi c’è l’aspetto strategico. Una realtà comune si può definire tale se presenta una serie di requisiti condivisi (non solo la moneta, quindi, ma anche il fisco, la difesa, le principali politiche di settore), e però anche un qualcosa in più: le infrastrutture, materiali e immateriali, che servano a connettere tra loro le varie parti del sistema. Persone, merci, idee, stimoli, comunicazioni, devono potersi spostare dall’Ucraina al Portogallo, dalla Germania alla Grecia; obiettivo cui rispondono appunto le “grandi opere”, a cominciare dai cosiddetti corridoi, incluso il fatidico 5 che tocca da vicino il Nord Est.
Ma fra tante sottolineature di indispensabilità, c’è un pizzico di scetticismo che viene fatto spargere sul tutto: ci riuscirà l’Europa? Le priorità definite a Bruxelles sono una trentina; il che vuol dire che niente è davvero prioritario. Si fa presto a fare due conti: ogni “grande opera” comporta investimenti di miliardi di euro; e chi li sborsa, materialmente? La Bei (Banca europea degli investimenti) può metterci un terzo, e comunque lo vorrà di ritorno con gli interessi; bene che vada, i privati potranno metterci un quinto. Resta metà del budget da garantire; e toccherebbe ai singoli Stati assicurarlo.
Il condizionale è di rigore, visti i chiari (anzi, gli scuri) di luna della finanza pubblica in giro per l’Europa. Ed è un nodo da chiarire in fretta, ma anche con grande chiarezza, per evitare di scrivere l’ennesimo libro dei sogni. Che poi, viste le dimensioni dei progetti, sarebbe più propriamente un’enciclopedia.
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