Indice
- L'ossessione per l'identità: autentica minaccia per l'integrazione dello straniero di Gad Lerner (giornalista)
- Proposte per un'integrazione che coniughi identità e diversità di monsignor Vittorio Nozza (direttore Caritas Italiana)
- Ripensare la cittadinanza e ridefinire i meccanismi dell'integrazione di Khaled Fouad Allam (giornalista, esperto di questioni islamiche e deputato DS)
- Un modello sostenibile di integrazione socio-religiosa di Enzo Pace (docente di sociologia delle religioni, Università di Padova)
- Scuola e integrazione. Di chi? di Graziella Giovannini (docente di sociologia dell'educazione, Università di Bologna)
- Qui diamo i numeri!
- Credits
Editoriale
di Giampaolo Pedron
Le migrazioni sono un volto della globalizzazione. Non possiamo immaginare ed auspicare una libera e crescente circolazione delle merci, una maggiore apertura dei mercati agli scambi e non pensare che ciò non riguardi anche le persone, che per intima natura, storia ed aspirazione, sono sempre state mobili e “viaggianti”.
Se guardiamo ai numeri le migrazioni sono una piccola cosa. Interessano 190 milioni di persone su una popolazione mondiale di 6 miliardi. Una minoranza poco significativa se i flussi non si concentrassero principalmente verso l’Occidente e la vecchia Europa in particolare.
Il fenomeno diviene allora percepibile e genera inquietudine individuale e sociale, soprattutto per tre motivi: l’immigrato è spesso sostitutivo degli autoctoni a causa degli andamenti demografici negativi o comunque insufficienti; il fenomeno immigratorio oggi si accompagna – anzi si identifica nell’immaginario collettivo - con il possibile terrorismo di matrice islamico-fondamentalista; terzo motivo, l’Europa ha impiegato due secoli per secolarizzare la sua visione dell’uomo e della società, confinando il sacro nella sfera riservata della coscienza, mentre assiste – attonita ed inquieta – alla revanche de dieu. E il dio che si reimpone non è né il Dio Amore, né il dio dei filosofi, ma il dio degli eserciti, che esige fedeltà totale e che identifica il potere politico con quello sacro, la legge con la rivelazione.
L’economia per espandersi abbatte le frontiere, cerca nuove convenienze là ove minori sono i costi di produzione, genera nuovi mercati per crescere. Ma le società post-industriali hanno finito di crescere numericamente, facendo così aprono varchi all’ingresso di moltitudini che cercano un destino negato nei loro Paesi, spesso a causa di processi di creazione e di distribuzione di ricchezza non equi.
L’economia globale esige ormai un governo multilaterale delle risorse. Questo è un traguardo non solo legittimo, ma economicamente conveniente. Distrugge tuttavia equilibri consolidati ed è stato, anche in passato, accompagnato da lotte, alcune volte mercantili, spesso sanguinose.
Il tema dell’integrazione è pertanto una sfida planetaria. L’esaltazione della razza, della religione, delle culture, delle nazioni sono un antidoto - inefficace, perché falso - per correggere e rallentare la velocità delle reti che rendono uomini e cose perennemente presenti e comunicanti.
In questo numero della nostra Newsletter l’economia rimane sullo sfondo, ma è essa, attraverso le tecnologie informatiche e l’espansione dei mercati, ad aver reso la terra “un villaggio globale”. E’ un moto irrefrenabile. Non vi sono, né vi saranno dazi, né muri a fermarlo, ma solo regole condivise ed imposte a chi non le riconosce (con meccanismi punitivi o premianti), le sole che potranno rendere il mondo più vivibile e meno ingiusto.
L’economia non può tuttavia prescindere dalle grandi dinamiche sociali, culturali, religiose. Per questo il commercio mondiale ha bisogno di maggiore pensiero, di progetto politico e culturale.
I prodotti incorporano maggiore conoscenza, i progetti sociali e politici devono incorporare maggiore pensiero. L’integrazione fra razze, cultura e religioni, è l’ultimo stadio di un percorso, prima c’è l’accoglienza, il rispetto delle identità, la convivenza negoziata e negoziabile.
I saggi qui pubblicati rappresentano una ricerca ed una riflessione importanti, perché fatte di analisi e di critica. Aiutano quindi a progettare e a costruire una società aperta, ma non per questo relativista ed indifferente. Del resto solo una società solidale e “complice”, nelle relazioni e nei valori, può generare uno sviluppo duraturo. L’altro da ciò è solo dirigismo o “tirannide”, entrambi impongono la supremazia dell’idea sulle libertà, del pensiero totale sulla creatività e imprevedibilità delle intuizioni e delle azioni umane.
| NL_4_2006.pdf | 90 K |


