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N. 6 Novembre-Dicembre 2002

Indice

  • Nord Est e mass media: Arlecchino e l'arte del (non) comunicare
  • Il Nord Est visto da Napoli
  • Il Nord Est visto dalla Baviera
  • Il Nord Est visto dagli immigrati
  • I Consigli Territoriali per l'Immigrazione: l'attuazione in Friuli-Venezia Giulia
  • Qui diamo i numeri!

Editoriale

Se uno vuole sapere cosa pensano e come vivono i piemontesi, in qualsiasi parte d’Italia compra «La Stampa», edita a Torino. Se gli interessano i laziali, acquista «Il Messaggero», edito a Roma. Ma se vuole informarsi su qualcosa del Nordest, appena varcati il Po o il Mincio non riuscirà a trovare nessun quotidiano del Nordest che soddisfi alla sua richiesta: dovrà per forza servirsi, come fonte, di un giornale stampato altrove. Viceversa, un abitante di Roccapietore o di Papozze, di Zoppola o di Cagnò, può trovare agevolmente nell’edicola del suo paese un sacco di testate per imparare cosa capita nel resto d’Italia. L’informazione non si basa solo sui quotidiani, naturalmente; specie in Italia dove oggi come un secolo fa, nove persone su dieci si guardano bene dall’acquistarne uno, e semmai danno una sbirciata a quello che trovano stropicciato sul tavolo di un bar o di un’osteria. Però la cosa è indicativa di un problema più complessivo, e assolutamente atipico: il Nordest primatista in export non riesce ad esportare la propria voce, mentre importa alla grande quelle altrui. È l’aspetto di una più complessiva difficoltà di comunicazione, che riguarda l’intero sistema nordestino: si tratta di una delle aree dove ancora la religione fa più presa, ma non c’è un esponente della Chiesa locale (sacerdote o laico) dotato di una visibilità nazionale; gli industriali ci sono arrivati da poco, e con fatica; quei pochi intellettuali indigeni vivono per lo più arroccati in una sorta di «buen retiro», rimpiangendo i bei tempi andati; quanto ai politici, la loro notorietà si spegne di colpo sulla riva sinistra del Po. Mentre su quella destra, della vicina Emilia, si contano leader di statura nazionale come Fini e Prodi, Casini e Bersani, Boselli e Castagnetti, giusto per dire. Così il Nordest finisce per assumere l’aspetto di un piccolo mondo autoreferenziale, caratterizzato da un proprio sotto-linguaggio visto l’uso diffuso del dialetto anche nei rapporti lavorativi e sociali, prigioniero di stereotipi di ogni sorta ma che si possono codificare sotto il logo di «schèi», con tutto quello che una simile etichettatura si porta dietro. Se ne parla più per gli aspetti caricaturali che per la sostanza; e anche quando si vuol fare sul serio, si ragiona a spanne, per approssimazione, come sempre accade quando qualcuno o qualcosa vengono descritti da fuori. Ecco dunque un problema niente affatto secondario, per un Nordest impegnato a cambiare il proprio modello di sviluppo in via di obsolescenza: in una società in cui la comunicazione diventa risorsa strategica, bisognerà saper sviluppare anche un modo diverso per comunicare ed essere comunicati. Onde evitare di finire s-comunicati.

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