Indice
- Nord Est: una società che invecchia e la risorsa immigrati
- Gli immigrati visti dagli imprenditori: pericolo o risorsa?
- Il logoramento della risorsa famiglia
- Lo spopolamento delle valli: saranno i contadini a salvare la montagna?
- Qui diamo i numeri
Editoriale
C’era una volta il Nord Est uguale a se stesso. Con i suoi mille campanili, orgogliosi e rivali, certo; con le tante differenze territoriali; con i diversi passi di sviluppo. Ma con una sostanziale omogeneità di fondo nello stile di vita e nel modo di pensare. Un tessuto sociale solido perché stabile, e stabile perché solido, caratterizzato da un cambiamento graduale quanto impercettibile, ispirato a quella che con una felice definizione è stata definita “la transizione morbida”, senza traumi laceranti e rotture brusche. Quel Nord Est non c’è più, e soprattutto non potrà più esserci. Basta girare a caso al suo interno per rendersene conto: con maggior evidenza in posti come San Nazario in Valsugana, o Crespano alle pendici del Grappa, dove la presenza degli immigrati fa parte integrante del panorama, nei posti di lavoro ma anche nelle scuole elementari; con minore impatto ma non per questo con minore sostanza in tanti altri grandi e piccoli centri, dove un mutamento demografico radicale sta cambiando faccia alle singole comunità, ma anche e soprattutto al Nord Est nel suo insieme. L’anagrafe sta costringendo l’ex Eden della “transizione morbida” ad un cambiamento brusco quanto rapido. Diminuiscono sempre più i nati, aumentano sempre più gli anziani, si allunga la vita media. Due soli dati: nel giro di tre anni, la popolazione del Nord Est è aumentata di 75.000 unità, ma solo grazie a ben 90.000 arrivi da fuori. Questo trend, nell’arco di appena una generazione, ci porterà a vivere in un’area con pochi giovani, tanti vecchi e molti stranieri. E non sarà facile trasformarla in convivenza, perché un mutamento generazionale così rapido e ampio non è digeribile senza tensioni anche rilevanti. A questo si accompagna un processo più invisibile, ma non meno incalzante e significativo, che segnala con tutta evidenza l’emergere di una vistosa frattura generazionale. Se nelle classi di età dagli “anta” in su rimangono valori tipici del Nord Est del passato, e che ne facevano la specificità, man mano che si scende nella scala degli anni ci si trova di fronte a generazioni sempre più allineate con il modo di sentire e di vivere di quelle del resto d’Italia. Insomma, la diversità di quel Nord Est non fa più presa sui giovani, che a differenza delle generazioni più anziane non vedono più un punto di riferimento essenziale nei loro padri e nei loro nonni. Queste trasformazioni anagrafiche e valoriali, se non metabolizzate anche con supporti esterni, rischiano di diventare una miscela esplosiva. Ecco perché esse impongono una riflessione attenta e impegnata da un lato alle istituzioni, dall’altro alle agenzie di socializzazione che vanno dalla famiglia, alla scuola, alle realtà associative. Questo Nord Est rimane un’area dove le istituzioni locali riescono ancora a raccogliere fiducia, e dove il tessuto dei gruppi rimane ramificato e robusto. Proprio per questo, c’è l’obbligo di ripensare alle forme di intervento e di dialogo nei confronti di una società che sta rapidamente cambiando non solo la carta d’identità, ma pure il Dna. Prima ancora di chiarire quale modello di sviluppo funzioni meglio per il Nord Est del nuovo millennio, c’è da capire insomma chi siano davvero i suoi abitanti. Per evitare il rischio di costringerli a infilare un abito non condiviso. E di trovarlo quindi, alla prova dei fatti, troppo largo o troppo stretto; comunque inservibile.
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