Indice
- L'Italia e l'UE dopo l'11 settembre
- Il passante di Mestre: il "nodo" alla gola del Nord Est
- Quale federalismo dopo il referendum
- Devoluzione e devolution: Italia e Scozia a confronto
- Qui diamo i numeri
Editoriale
Ci sono giorni in cui non ci vuole molto più tempo a raggiungere in aereo New York, che a percorrere in auto il centinaio di chilometri che corrono tra un capo e l’altro del Veneto, passando per il girone dantesco (sezione Inferno, s’intende) della tangenziale di Mestre. Così, non c’è da stupirsi se il capitolo tragicamente aperto la mattina dell’11 settembre a Manhattan ha un legame netto con quanto sta capitando a Nord Est; anzi stava già capitando prima, e a cui il crollo delle Twin Towers non ha fatto che imprimere un’accelerazione per quanto brusca, dolorosa e violenta. Se i fatti di New York impongono un ripensamento del modello globale, a maggior ragione questo vale per un Nord Est che già stava sperimentando su se stesso il paradosso di andare in crisi per eccesso di successo. Gli equilibri, che già erano entrati in una fase di accelerato aggiustamento continuo, rischiano di dover venire ridefiniti in profondità, e richiedono più che mai quella dote della flessibilità che ha avuto tanta parte nelle conclamate e acclamate performance del cosiddetto “modello veneto”. Ma è una flessibilità radicalmente diversa rispetto al passato: quella poggiava sulla capacità di arrangiarsi e presupponeva una sostanziale assenza di vincoli; questa comporta il necessario rispetto di vincoli globali con cui occorre confrontarsi, potenziando il gioco di squadra rispetto alle capacità del singolo. In questa chiave si possono leggere anche gli esiti del discusso referendum sulla modifica costituzionale che snellisce l’apparato statale. Si è molto discusso, e si discuterà certamente a lungo, se sia o no vero federalismo quello introdotto sul finire della passata legislatura dal centrosinistra, e se lo sia la “devolution” sulla quale punta il centrodestra. Ma in fin dei conti si tratta di un dibattito sterile, o che comunque non coglie il centro del problema: e cioè che, all’interno di un disegno nazionale complessivo, i singoli territori hanno vitale necessità di raggi d’azione a loro volta flessibili, per poter fare i conti con i propri punti critici ed esaltare i propri differenziali vincenti. Insomma, c’è – ci sarebbe – bisogno di quel federalismo che da troppo tempo è diventato il convitato di pietra di un sistema istituzionale fin troppo ingessato. Paradossalmente, il quadro d’insieme manifesta più che mai il limite della rigidità, proprio quando ci sarebbe più bisogno del potenziale della flessibilità. E pur tuttavia, sembra di cogliere una serie di segnali da cui emerge la lenta, faticosa, progressiva presa di consapevolezza che è necessario il rientro in campo della politica (quella con la maiuscola, naturalmente), dopo una lunga stagione in cui la sua assenza era stata notata, denunciata, ma in fin dei conti in qualche misura anche gradita. Una politica in grado di assolvere il proprio ruolo di fondo, cioè fare sintesi tra le istanze della società, e tradurle in un progetto fatto di scelte, dopo l’era dei rinvii, delle sanatorie, dei compromessi. Chissà che non sia proprio l’ex Nord Est dei malumori a pilotare la rotta verso una ricostruzione immateriale non meno strategica di quella fisica che aspetta la devastata città di New York.
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