Indice
- Dopo l'11 settembre: il cauto ottimismo degli imprenditori del Nord Est
- Imprese locali che pensano globale
- Un progetto di riforme per competere ed attrarre
- Un Nord Est più ricco, ma meno produttivo
- Qui diamo i numeri
Editoriale
Si può anche andare in crisi per eccesso di successo. Soprattutto se il rischio lo corre un’area come il Nord Est, che fino a mezzo secolo fa veniva definitiva con un’etichetta tra il velenoso e il commiserevole, “sud del nord”. E che nel giro di un paio di generazioni è riuscita a fare il salto dalla miseria al benessere, dal rimorchio alla locomotiva, dall’aratro a internet. I numeri sono altrettanti trofei conquistati sul campo: a partire dalla disoccupazione, che ormai è al tre e mezzo per cento e che ha fatto registrare una performance perfino migliore a quella dei mitici Usa; o soffermandosi sul prodotto interno lordo, che vede il Nord Est ai vertici delle classifiche europee, con quote superiori di una ventina di punti alle medie italiana e comunitaria. Eppure, proprio i record inanellati in serie indicano che bisogna cominciare a porsi il problema del che fare e dove andare, una volta raggiunti i limiti massimi. Soprattutto perché la Grande Sorella del terzo millennio, la globalizzazione, pone una serie di problemi nuovi, a fronte dei quali la tradizionale capacità del Nord Est basata sul “fai-da-te” non è più sufficiente a reggere la scena col dovuto grado di competitività. E per giunta, il campanello d’allarme riecheggiato a livello planetario dopo l’attacco dell’11 settembre costringe tutti, volenti o nolenti, a cambiare. La questione è: come e cosa cambiare? Il Nord Est parte da una serie di riscontri concreti, che si possono unificare sotto la voce “esaurimento delle risorse”: manca manodopera, e bisogna andarsela a prendere fuori, preparandosi tuttavia ad affrontare i relativi problemi di integrazione; manca territorio, a fronte di nuove domande di insediamento di attività produttive, col risultato che le aziende iniziano a delocalizzare non più la sola produzione ma anche la testa, quindi la direzione strategica; mancano infrastrutture, rendendo improbo spostare qualsiasi cosa, dagli uomini alle merci alle idee, alimentando per giunta un inquinamento ambientale cui un clima beffardo ed anomalo si è divertito ad aggiungere un ulteriore elemento di crisi. Abituato a gestire al meglio la quotidianità, di fronte a uno scenario del genere il Nord Est si vede costretto a imparare, e in fretta, a pensare lungo; capacità quest’ultima che gli ha fatto difetto. Deve prepararsi a passare da un tipo di sviluppo estensivo a uno intensivo. Deve riorganizzare la sua stessa struttura produttiva, cominciando dall’assetto interno delle aziende. Deve fare il salto dal “pensare locale” al “pensare globale”. E non sono assolutamente passaggi semplici, anche perché forse per la prima volta nella sua storia il Nord Est si trova di fronte a una frattura generazionale che mette in crisi quel modello di “transizione morbida” su cui aveva poggiato uno dei pilastri del suo successo. D’altra parte, il modo in cui è mutato il mondo, dalla caduta del muro di Berlino alla caduta delle torri di Manhattan, impone necessariamente la via traumatica al cambiamento. Specie perché esso avviene in tempi sempre più compressi, che rendono pressoché impossibile riuscire a metabolizzare le trasformazioni. Cambiare sarà duro, soprattutto per il Nord Est. Eppure non ci sono alternative praticabili: o si impara a gestire i processi, o ci si deve rassegnare a subirli. Meglio almeno provarci.
| NL_9_2001.pdf | 255 K |


