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N. 1 / 2008

Indice

  • Volatilità e incertezza richiedono strutture aziendali più solide e più mobili di Giovanni Costa (docente di strategia d'impresa e organizzazione aziendale, Facoltà di economia, Università di Padova)
  • Scenari futuri per l'economia italiana di Luca Paolazzi (direttore Centro Studi Confindustria) 
  • L'Italia che non preoccupa, ma è preoccupata di Giuseppe Morandini (presidente Piccola industria Confindustria) 
  • Cosa fare per tornare a crescere di Corrado Passera (consigliere delegato e CEO di Intesa Sanpaolo)
  • Una congiuntura difficile di Giovanni Zanni (responsabile Credit Suisse Analisi economiche e politiche fiscali per l'Europa) 
  • Scenario macroeconomico di Paolo Mameli (Servizio studi e ricerche - Intesa Sanpaolo)
  • Polo di Padova per l'internazionalizzazione delle imprese. Si apre una nuova finestra sul mondo (a cura della Direzione relazioni esterne di Intesa Sanpaolo)
  • Credits

Editoriale

di Auro Palomba

 

Non si vive di solo pane, non si vive di sola sicurezza. Ma è importante essere sicuri di mangiare e di vivere. Sembrano definizioni triviali, inutili. Invece la sicurezza, o meglio la sua mancanza, è diventata la risposta che quasi tutti diamo alla domanda su quale sia il primo compito che deve assicurare chi ci governa.

E’ un po’ poco, sembra di essere tornati ai tempi del far west e degli sceriffi, ma è un segnale di cui non si può non tenere conto. D’altra parte è evidente che se non ci si sente sicuri a casa, a scuola, al parco giochi, per strada o in ufficio si ha meno tempo per pensare al “companatico”, per restare nella metafora iniziale. Le altre esigenze che dovrebbero essere colmate da una buona amministrazione – la scuola, le attività culturali e sportive, l’assistenza agli anziani e ai meno abbienti per citarne alcune – passano in secondo piano.

Difficile dire se questa sensazione diffusa di poca sicurezza sia cresciuta con l’immigrazione. Certo è che, come mia nonna soleva dire che a Milano non c’era delinquenza finché non c’è stata l’immigrazione dal Sud, ora tutti noi siamo pronti a sostenere che i crimini sono commessi dagli stranieri, preferibilmente se arrivati dall’Est Europa, dall’Africa o dal Sud America.

E qui siamo al tipico cane che si morde la coda: è probabile che chi si trova in situazioni disagiate sia più portato dalla  necessità a commettere atti disonesti, ma se poi si va a vedere le statistiche spesso queste smentiscono le nostre sensazioni, dimostrando che i delinquenti ci sono a ogni latitudine. E io non riesco a dimenticare un’intervista che avevo letto tempo fa al rappresentante dei romeni in Italia, nella quale spiegava che il nostro paese, vista la facilità con cui non si entra o si esce dalla prigione, è considerato una specie di riserva naturale di caccia per chiunque in Europa voglia delinquere.

Quindi torniamo a un punto che è diventato ricorrente per questa newsletter: l’unico modo che abbiamo di spingere l’Italia verso la normalità è assicurare i diritti. Che ci siano, che vengano rispettati e soprattutto che chi sgarra paghi. Dopo, forse, potremo cominciare a pensare a come farcire il panino.

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